Articoli di Aprile 2016 ↓

Prince, di lui rimangono i video dei fan

 

Da quando abbiamo cominciato a usare i social media come delle estensioni di noi stessi (più o meno da sempre) abbiamo anche rivisto il rapporto con l’elaborazione del lutto. In questo sono fondamentali le integrazioni, gli apparati che possiamo usare per far capire al nostro piccolo network cosa significava per noi una tale persona. Insomma, la dimensione collettiva e catartica del lutto celebrata attraverso immagini, foto, disegni, video su YouTube, canzoni su YouTube, qualcosa su YouTube (YouTube è centrale perché ha un flusso di ricerca tale per cui il servizio video di Google è semplicemente il secondo motore di ricerca del mondo dopo – ehm – Google).

Quando è morto David Bowie questa dimensione ha assunto dimensioni evidenti e oggettive. Tutte le nostre timeline (dove per tutte intendo i profili social di quelle poche paia di migliaia di persone interessate alle cose musicali e, più in largo, alle cose culturali) sono state letteralmente invase da David Bowie. Per giorni, quasi per settimane. Sembrava non si ascoltasse, vedesse, fruisse altro che David Bowie. Ed era una celebrazione bellissima: spontanea, addirittura sincera in questi tempi di ostentato cinismo e sopracciglio alzato. Certo, gli algoritmi sono fatti per farci vedere contenuti simili a quelli che postiamo ed è come se avessimo creato un Bowieverso, ma il fenomeno è stato talmente pervasivo da aver occupato davvero per giorni il dibattito (e di solito le “grandi ondate” di opinione durano qualche ora, massimo un giorno).

Quando è iniziata a circolare la notizia della morte di Prince, nella sera del giovedì, abbiamo sperimentato un modo inedito di affrontare la “morte di uno famoso”. Prince, infatti, da luglio 2015 ha rimosso tutto il suo materiale dai servizi di streaming. Niente Spotify; niente Deezer; niente YouTube (solo Tidal, per essere precisi). In questi tempi di ascolto distratto e zapping culturale, l’“artista paranoico per eccellenza” ha deciso – con una mossa degna di Steve Jobs – di avere il controllo assoluto in un mondo in cui sembra tu non possa controllare niente. Un gesto che ha privato milioni di persone che mai si sognerebbero di pagare per la musica di ascoltare, soprappensiero, una versione decente di Purple Rain su Vevo. Un gesto con cui Prince ha anche deciso come essere celebrato. Noi non possiamo postare canzoni di Prince sui social (se non versioni live, video catturati chissà come, versioni cover, video modificati con il pitch, e così via) e questo ha, per certi versi, azzoppato la viralità canonica del lutto. C’è, ma non si vede. Tante parole, tante immagini (come la bellissima copertina del New Yorker che stiamo condividendo tutti), ma poca musica.

È un processo interessante, forse non voluto (anche se da un artista totale come Prince possiamo aspettarci di tutto), con cui la mancanza di canzoni online influisce direttamente sull’elaborazione del lutto. Come se la dimensione collettiva che ritroviamo con fastidiosa frequenza in questo 2016 si svolgesse “in assenza” del protagonista. Controllando la musica, Prince, ha cercato di controllarne il consumo, la fruizione e l’esperienza che ne fanno i fan. Come se la “morte” fosse semplicemente una cosa come un’altra, un impiccio da non sacralizzare per tornare a occuparsi di altro di molto più importante.

 

Luca Carboni e il concerto a Brescia

 

Pop, senza paura e senza riserve. Così è stato al Pala Banco di Brescia, il 13 aprile, dove il cantautore bolognese ha fatto tappa davanti a un migliaio di persone, le scenografie multime, diali recuperavano il gusto dell’immagine e della composizione grafica degli anni Ottanta. L’amore è tematica declinata in diverse maniere: «I ragazzi che si amano», «Storie d’amore», «Chiedo scusa», «Luca lo stesso»; e pure la sorprendente «Il mio cuore fa ciok», strappata a un oblìo ventennale, «Non è» e «10 minuti». Ancora pop il coloratissimo finale, che chiama l’ovazione e la gente sotto il palco, grazie a «Ci vuole un fisico bestiale», «Bologna è una regola», «Fragole buone buone», «Vieni a vivere con me»: una conclusione delicatamen

Figuracce

 

“#DimetteteviTutti, perché nel governo non se ne salva uno: le lobby le avete direttamente in famiglia, che siano genitori, parenti o fidanzati. L’ultimo caso è proprio quello del compagno del Ministro dello Sviluppo Federica Guidi, che fa approvare un emendamento ad una legge per favorire i suoi business col petrolio lucano. Eppure il M5S aveva già denunciato tutto: sia con Mirella Liuzzi, che alla Camera alle 4 di notte riuscì a sventare il colpaccio opera di Guidi (e Boschi), sia con Andrea Cioffi al Senato che mesi fa aveva già esposto quanto stava accadendo.

Anche il Ministro della Cultura non risparmia figuracce, come ricorda Alessandro Di Battista. Quando si trattava del referendum contro Berlusconi, Franceschini chiedeva l’election day “per risparmiare 300 milioni di euro” e raggiungere il quorum. Ora che invece il referendum tocca le trivelle tutti zitti e lui per primo, e niente election day.

Ricordate poi quell’odiosa norma che inseriva i contributi assistenziali nel reddito Isee riducendo sul lastrico migliaia di disabili e anziani, e contro cui abbiamo tanto combattuto? Il Tar e il Consiglio di Stato hanno dato torto al governo, e ora il M5S, con Giulia di Vita, ha chiesto in aula alla Camera che la norma sia corretta e le vittime risarcite.

Al Senato, invece, Paola Nugnes torna sulle bonifiche nella Terra dei Fuochi. Possibile che ancora non si faccia nulla, dopo mezzo secolo di inquinamento impunito, siti abbandonati e inquinamento attivo? Il sospetto allora è che tanta inefficienza serva proprio a continuare a favorire gli illeciti sui rifiuti urbani e pericolosi.

Alla Camera si parla della legge sulla contraffazione. Mattia Fantinati ricorda che le frodi sul Made in Italy costano dai 6 agli 8 miliardi di euro, e 130 mila posti di lavoro in tutta Europa. Il governo si è limitato ad affrontare il tema ma senza risolverlo, riducendo tutto ai soliti spot. Per questo il M5S sul provvedimento si è astenuto: qui non c’è l’intenzione di combattere seriamente.

Intanto, l’Europa chiede l’avvio di hotspot per i migranti. Uno di questi, denuncia Marta Marzana, è stato previsto nel porto commerciale di Augusta, un porto strategico che non può ridursi a campo di accoglienza. Inoltre, ricorda Marialucia Lorefice, c’è anche un’inchiesta della procura sulla gara di appalto. Il Ministro Alfano finalmente ci risponde: l’hotspot di Augusta non si farà!

Al Senato arriva la legge sul Terzo Settore. E, come denuncia Giovanni Endrizzi, un settore che doveva essere etico diventa a vocazione finanziaria: la maggioranza ha approvato una norma che consente alle fondazioni di usare denaro pubblico per iniziative private. E’ così che il governo tutela il no profit?
Si avvicina la data dal 17 Aprile, in cui tutti saremo chiamati a votare al referendum contro le trivelle. Maria Rita D’orsogna, scienziata abruzzese all’Università di California, è stata nostra ospite e ci ricorda che la domanda vera del referendum non è se vuoi le trivelle, ma “Che tipo di Italia vuoi?”. Vuoi un’Italia votata al fossile fino all’ultima goccia, oppure un Paese disposto a cambiare e ad usare le fonti energetiche del futuro?

Per finire, David Borrelli da Bruxelles annuncia che è il momento per tutti i cittadini di dire NO alla Cina come economia di mercato, una scelta che metterebbe a rischio 3 milioni di posti di lavoro. www.meschinawhynot.eu è il sito dove collegarsi per partecipare alla consultazione online, dire la nostra e far sapere alla Commissione Europea come la pensiamo”.
MoVimento 5 Stelle

Gasparri e l’handicap

 

 

“Vorrei esprimere la nostra profonda indignazione per la disgustosa battuta del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri che al Family Day dello scorso sabato, rispondendo a un giornalista delle Iene ha esclamato: “ma questo è il family day, non l’handicappato day
L’utilizzo, peraltro fuori dal tempo, del termine handicappato come insulto è deplorevole e schifoso per qualsiasi cittadino, figuriamoci per chi ha un ruolo pubblico. Gasparri deve dimettersi dall’alta carica che ricopre e, direi, ritirarsi per sempre dalla politica. Io, in quanto handicappato, avrò le mie disabilità, ma vi assicuro che sono capace di mandare il vicepresidente del Senato a fanc..o!”