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Francesco e Wilma


Allora Wilma, quanta emozione?
«L’emozione è sempre uguale, viviamo ogni figlio come se fosse il primo, anche se al terzo ci si va un po’ a occhi chiusi. Francesco è sempre disperato: mi chiama mille volte al giorno chiedendo se sto bene e ogni sera prima di dormire mi canta She di Elvis Costello all’orecchio».
Con Francesco andate a ritmo da record: un matrimonio e due figli in meno di due anni.
«Due anni abbondanti in realtà: stavamo insieme già dalla fine del 2013, anche se per qualche mese non l’abbiamo detto quasi a nessuno. Comunque ora ci fermiamo. E non prendiamo il matrimonio con leggerezza. Abbiamo imparato dal passato quanto ci vuole pazienza, rispetto e amicizia: è qualcosa che stiamo costruendo e che non sarà sempre facile e divertente. Purtroppo siamo una generazione viziata, che accetta le sfide degli studi, della carriera, ma che di fronte alla prima sfida della convivenza non ha tempo da perdere nella costruzione diaria del amore».
Idee per il nome della bambina?
«Abbiamo deciso: Liv! Francesco dice sempre I live for you, Io vivo per te. Liv è un bell’omaggio a questo amore.
Nostalgie da mamma per il suo Brasile?
«Un po’, ma in fondo sono andata via a 15 anni. Ho vissuto a New York, a Parigi. E poi, quando facevo il college a Lugano, già mi sentivo mezza italiana».
Una curiosità: tutti dicono che lei è una modella, invece…
«Invece mi sono laureata come dentista, con master in Chirurgia ortopedica facciale. Poi 2 anni di recitazione allo Stella Adler Studio di New York. Ma ho sempre lavorato, anche ora, nel settore Brand strategy. E pensare che il mio primo impiego è stato nell’ufficio di comunicazione della stilista Vera Wang a New York e che il mio sogno era arrivare a scrivere proprio per Vanity Fair. Comunque, resto una divoratrice di libri e ho due  romanzi nel computer , chissà che un giorno riesca a pubblicarli».
Suo marito ha scritto un post su Facebook che chiunque vorrebbero sentirsi dedicato: «Dicono tutti che i miracoli non esistono…BALLE, esistono eccome e a me n’è accaduto uno: incontrare la donna della mia vita. Senza mia moglie sarei solo un uomo mediocre!».
«È l’uomo più innamorato di me che abbia mai avuto. Dietro l’apparenza da duro, con tutti i tatuaggi, e da playboy, pure nel numero di cellulare, è tenerissimo: è il marito migliore del mondo».
Anche a suo papà è piaciuto subito?
«Beh, è un uomo molto old style. Quando l’ha visto per la prima volta, tutto tatuato appunto, mi ha detto: “Ma sei impazzita? Ma l’hai visto bene?”. Gli è bastato pochissimo per capire quanto è innamorato di me e quanto in fondo è un orsetto, che dà e vuole coccole di continuo».
Esempi?
«È meglio di Ryan Gosling in The Notebook! È pazzesco, se penso solo a tutti i massaggi ai piedi che mi ha fatto durante la gravidanza…».

Casa, dolce casa, ovvero casa, CARA casa

 

Alcuni chiarimenti sulle 7 rate che Strasburgo, come altre penalità già inflitte all’Italia, ha ventilato negli ultimi giorni. Ovviasmente si sta parlando di rate per mutuo bancario. Le novità si fanno numeri. Via il 7, ormai fuori moda, avanti il 18. Infatti,saranno 18 e non 7 le rate che faranno scattare la morosità per consentire alla banca di mettere in vendita la casa. Vendita senza passare dall’Asta giudiziaria possibile solo se il cittadino ha sottoscritto liberamente la clausola di inadempimento. La vendita dell’immobile obbligherà la banca a cancellare il mutuo anche se il valore del bene è inferiore a quelli del debito residuo non pagato dal proprietario di casa. Sono le principali proposte di modifica presentate dal Pd e che il Governo si è impegnato a recepire per modificare il decreto mutui. Nel corso di una conferenza stampa alla Camera il capogruppo Pd a Montecitorio Ettore Rosato e il relatore del provvedimento, Giovanni Sanga, hanno spiegato che la commissione Finanze d’accordo con il Governo ha proposto diverse modifiche al testo che verrà dunque corretto in vari punti. Il parere dovrebbe essere votato dalla commissione Finanze a inizio della prossima settimana, dopo che mercoledì è stata una giornata di bagarre alla Camera con il Movimento 5 Stelle che ha prima bloccato i lavoro in commissione e poi ha protestato durante il question time in Aula.

Una tv… con un format Colorado

 

Colorado di Bizzarri e Kessisoglu

La comicità di «Colorado»? Tradizionale e non tiene d’occhio la Rete

Nella nuova stagione della trasmissione di Italia 1 la conduzione affidata a Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu

Anche la tv, nel suo piccolo, ha i suoi grandi interrogativi. Perché va ancora in onda «Colorado» mentre è stato chiuso «Zelig»? Perché non c’è più Paolo Ruffini? Perché la giovane Diana Del Bufalo non ha combinato più nulla di buono? Perché ora a condurre «Colorado» hanno chiamato Luca e Paolo? Perché i comici di «Colorado», salvo rare eccezioni, non fanno ridere? Perché il pubblico in sala è così di bocca buona?Mai e poi mai saremo in grado di rispondere e forse le domande sono troppo sfacciate. Qui si va solo per tentativi, per approssimazioni (Italia 1, mercoledì, 21.17). Potremmo cavarcela col sostenere che la comicità di «Colorado» è molto tradizionale, per non dire vecchia (il personaggio, il tormentone facile, la parodia…), fatica a intercettare quanto si sta muovendo sulla Rete: c’è quello che fa il gay, c’è Debora Villa che fa la ragazzina, c’è Pucci che racconta le vacanze a Ibiza, c’è Valeria Graci che prende in giro Federica Panicucci, c’è Leonardo Manera travestito da qualcosa…

 

«Colorado» nasce da un’idea di Diego Abatantuono, Piero Crispino e Maurizio Totti. L’idea era quella di farne una «cantera» per creare un giacimento di artisti pronti per occasioni diverse (teatro, cinema, tv, convention, villaggio vacanze…). Per dire, la Colorado film produce in collaborazione con Medusa il film «Belli di papà» di Guido Chiesa. Ed ecco che la trasmissione diventa un formidabile strumento per promuovere il film che ha fra suoi protagonisti Francesco Facchinetti!

 

La presenza di Pippo Lamberti, di Alessandro Bianchi, di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu ha evocato (si spera, almeno, fra gli spettatori più avvertiti) la straordinaria bravura dei «Cavalli marci» di Claudio «Rufus» Nocera. Ma erano altri tempi, si sbagliava da professionisti. A proposito di Luca e Paolo, per anni ho fatto fatica a capire chi fosse chi. Confondevo i nomi. Adesso non più. Paolo è quello bravo. Luca è quello che litiga con Gasparri.

 

(Articolo scelto sulla rete – di Aldo Grasso – da Pietro Usai)

Il film veneziano di Bellocchio 2015

Che s’intitola Sangue del mio sangue, e forse non è un caso (e non solo perché dentro c’è come al solito mezza famiglia, a partire dai figli Pier Giorgio ed Elena). In un tripudio di metafore e simbolismi (buoni sicuramente per un festival, un po’ meno per le sale). Mimmo Parisi, cantautore appassionato anche di film oltre che di musica, ha giustamente osservato che Bellocchio torna a declinare i temi a lui più cari – bellezza, follia, religione libertà -, tessendoli ancora una volta nei suoi luoghi natii, cinquant’annni dopo I pugni in tasca, tra le pietre scure affilate dal Trebbia e le strade addormentate di Bobbio, la sua città.

A Bobbio, in una prigione abbandonata nel convento di San Colombano, nel Seicento venne imprigionata Benedetta, una suora di clausura accusata di aver irretito un prete e per questo murata viva nella sua cella. Un destino simile a quello di Maddalena, la protagonista de La visione del Sabba (1988), rea di avere ucciso un cacciatore e per questo vittima della Santa Inquisizione. O, ancora, alla monaca di Monza dei Promessi Sposi, a cui Bellocchio dice di essersi ispirato. Il racconto parte con le atmosfere cupe de Il nome della rosa (inquinate da una colonna sonora sbagliatissima, i Metallica cantati dagli Scala & Kolacny Brothers), con tanto di sordidi personaggi “sacri” che commettono peccati in nome della religione.

Iron Maiden negli store il 4 settembre

 

Ci si potrebbe chiedere come sarà questo lavoro musicale degli Iron che annuncia le porte dell’autunno 2015. Si potrebbe, magari con la fantasia lasciata a briglie sciolte, immaginare quali ingredienti abbiano usato questa volta per rendere appetibile il piatto musicale settembrino: un riff d’annata (o dannato…) a due/tre chitarre al fulmicotone, un urlo sovrumano di Dickinson che sovrasta i Marshall e i fill della doppia cassa, Harris con un basso accordato due toni sotto. E’ ovvio e giustificato che, sia i semplici estimatori o i fan più accaniti, possano dedicare la loro attenzione a questo pilastro del metal mondiale che risponde al nome, ormai mitico, di Iron Maiden.

Tuttavia, se ci si vuol risparmiare fatica e tempo, basterebbe guardarsi un po’ intorno. Dove? Ma direttamente sull’immagine che accompagna quest’aggiornamento sui Maiden. Insomma, se mai un’immagine è esplicativa degli intenti di una hard rock band votata al metal, in questo caso e con quel look facciale disegnato con dovizia di particolari, è questa cover di ‘The Book of Souls’! Eddie non è mai stato particolarmente portato per apparire sulla copertina di Vogue o sul Guardian, non è quello il suo destino, né la sua funzione. D’accordo, tuttavia, questa volta è particolarmente ghignante: la copertina di ‘The Book of Souls’ ritrae Eddie con indosso particolari disegni. Più precisamente, così pare, sembrano pitture tribali che ricordano quelle degli scimpanzé di Apes Revolution: a questo punto, ormai non c’è dubbio, si direbbe che avremo a che fare con un album piuttosto bellicoso!

A dirla tutta, in casa Maiden, il 2015 non si è presentato in modo particolarmente allegro o, sarebbe già da preferire, noioso. Bruce Dickinson, infatti, e proprio all’inizio dell’anno, ha annunciato di essere affetto da un problema di salute molto serio. Oggi, per sua fortuna, lo stesso frontman, ha dichiarato di aver terminato le terapie del caso e il cancro è stato debellato: una grande hard rock metal band non può farsi fermare dalle malattie.

Parlando dello specifico musicale, proprio Bruce Dickinson ci aggiorna sulla lavorazione di ‘The Book of Souls’. Il cantante dall’ugola potente ha sottolineato che registrarlo è stato molto piacevole e liberatorio. I Maiden hanno iniziato a lavorarci verso la fine dell’estate del 2014 a Parigi. Lo studio usato nella città francese, è lo stesso nella quale aveva visto la luce l’altro loro lavoro ‘Brave New World’, nel 2000. I musicisti erano così presi e creativi che, a un tratto, hanno iniziato a contare e si son ritrovati non con canzoni bastevoli per un cd… ma per due. Che fare? Saggiamente il combo metal ha optato per una pubblicazione doppia. Quindi, siete avvisati, il 4 settembre 2015 vi troverete di fronte a un doppio che, come copertina comanda, sprizzerà scintille. Per il lavoro di scrittura, delle 11 tracce presenti nell’album, 7 sono ascrivibili alla penna di Steve Harris, leader indiscusso degli Iron Maiden , mentre le altre sono il risultato collaborativo di Dickinson con gli altri Iron Adrian Smith, Dave Murray e Janick Gers. Un lavoro di band che rimanda a capolavori come Piece Of Mind (1983), Powerslave (1984) e Seventh Son of a Seventh Son (1988).

La tracklist di The Book Of Souls

Disc 1

1. If Eternity Should Fail (Dickinson) 8:28
2. Speed Of Light (Smith/ Dickinson) 5:01
3. The Great Unknown (Smith/ Harris) 6:37
4. The Red And The Black (Harris) 13:33
5. When The River Runs Deep (Smith/ Harris) 5:52
6. The Book Of Souls (Gers/ Harris) 10:27

Disc 2

7. Death Or Glory (Smith/ Dickinson) 5:13
8. Shadows Of The Valley (Gers/ Harris) 7:32
9. Tears Of A Clown (Smith/ Harris) 4:59
10. The Man Of Sorrows (Murray/ Harris) 6:28
11. Empire Of The Clouds (Dickinson) 18:01

Nell’attesa dei Motorhead di Bad Magic

Lemmy è un personaggio particolarmente visibile: con quell’aria da cacciatore delle praterie del vecchio west, non passa mai inosservato. Chissà se, il buon Lemmy, il Lone Ranger dei Motörhead, sarebbe capace di interagire con gli strumenti che, oggi, veicolano la sua stessa musica. Insomma, se fosse nato al big bang del terzo millennio, sarebbe riuscito a districarsi nel mondo dei nativi tecnologici di internet? Insomma, rock immateriale, streaming, YouTube, cuffie fisse in testa e tutto l’armamentario del ‘perfetto fruitore di musica del terzo millennio’ avrebbero fatto breccia nel suo indaffarato mondo di note? Il fatto è che il motore dei… Motörhead appartiene a una generazione dove ci si chiudeva in camera a studiare gli enormi LP con altrettanto enormi foto e notizie. Un approccio molto diverso da quello attuale che vede i ragazzi, ormai, dividere con i kids di una volta, solo i temi che hanno a che fare, appunto, con il rock e le star della musica .

Tuttavia, generazione chiusa in camera o meno, il leone del rock rozzo e torrido annaffiato con tequila, è sempre in giro. Infatti, per il 28 agosto è atteso il nuovo cd, 22esimo album in studio, Bad Magic che, ovviamente appartiene anche agli altri compagni di cordata che costituiscono i due terzi restanti dei Motörhead: Phil Campbell (chitarra), e Mikkey Dee (batteria). Il basso, neanche a dirlo, appartiene alle irruenti dita dello stesso Lemmy.  Della partita fa parte, ma solo come ospite graditissimo, Brian May, il mai troppo osannato chitarrista del compianto Mercury e degli altri due Queen. In Bad Magic trova spazio anche “Simpathy for the Devil” dei Rolling Stones: al perché, posto da alcuni giornalisti in riguardo alla sua presenza in scaletta sul nuovo cd, i Motörhead hanno seraficamente risposto che un titolo del genere, ‘simpatia per il diavolo’, non poteva mancare su un loro disco! Al proposito, anche il brano che vede in azione ‘l’ascia’ dei Queen ha la parolina magica: addirittura ne è il titolo, “The Devil”. E, continuando col gioco dei rimandi e delle cover, i Motörhead, nel 2000, recuperarono, per i 25 anni di giubileo targato Motörhead, “Good Save the Queen” dei Sex Pistols e, ancora più indietro nel tempo, violarono con la loro verve stilistica una canzone degli anni 50, “Louie Louie”, creando sbigottimento gradito nella trasmissione Pop of the Pops. Dave Grohl dei Foo Fighters, amico di vecchia data di Lemmy, parlando del nuovo Bad Magic e del bassista, ha riferito che quest’ultimo è, in studio, un genio che spreme una canzone in maniera totalizzante e poi, tranquillamente e con nonchalance, se ne va.

Finché ci sarà il solido bassista, ci saranno i Motörhead. Questo lo sanno i fan più vicini e lo sanno gli altri due terzi del power trio hard rock. E lo sa lo stesso Lemmy. Quest’ultimo, da qualche tempo ha dovuto disegnarsi un nuovo stile di vita. Dopo l’impianto di un defribillatore, il musicista ha dovuto scegliere tra pacchetti (tanti) da fumare, coca cola mista ad alcol (forse più alcol), o, qualche rada sigaretta insieme a qualche goccia di gin nell’aranciata. Ha scelto la seconda strada. Quindi avremo ancora il piacere di ascoltare, oltre al prossimo Bad Magic, altri e altri cd degli eredi degli storici Hawkwind. Quest’ultimi, per la cronaca, erano una rock band britannica. Tra i fondatori del genere space rock, ne furono uno dei principali esponenti. Dopo alcune peripezie e da quell’humus, nacquero i torridi Motörhead.

 

Golzi dei Matia

 

Articolo di massimoalbertini in data 14-08-2015

 

Golzi era nella sua casa di Bordighera quando è stato aggredito da un infarto mortale. Il batterista era in vacanza, nell’attesa di entrare in una nuova stagione concertistica che lo avrebbe portato ancora una volta in contatto coi suoi fan o semplici estimatori. A proposito di fan, il suo ultimo contatto recente risale all’8 agosto 2015. In questa data ha suonato con i Matia Bazar, la sua band di sempre, all’Outlet Village Cilento, a Eboli (SA). E’ stato il suo ultimo concerto. Poi, come già anticipato, un attacco di cuore lo ha ghermito nella sua casa di Via dei Colli a Bordighera, durante la notte tra il 12 e il 13 agosto 2015. Golzi aveva 63 anni.
Il batterista, ma anche arrangiatore e paroliere, è stato l’unico membro storico che ha funto da testimone nell’evoluzione dei Matia Bazar. Infatti, questa band ha visto nelle sue fila diversi musicisti. In estrema sintesi, il processo d’inserimento che fece approdare Giancarlo all’interno della formazione dei Bazar, è riducibile ad un percorso che vide i musicisti Piero Cassano e Carlo Marrale costituire il gruppo progressive/melodico dei Jet. Questi, dopo aver avviato il gruppo, nel 1975, con l’inserimento di Antonella Ruggiero e di Giancarlo Golzi, cambiarono il nome Jet in Matia Bazar. A questo punto i Matia Bazar, perlomeno la formazione più conosciuta,furono pronti: Giancarlo Golzi, Piero Cassano, Carlo Marrale, Aldo Stellitta e Antonella Ruggero.
Parlare di Golzi solo in ambito Matia Bazar, comunque sarebbe riduttivo. Infatti, il musicista iniziò la sua carriera con una band di alta fattura e legata, va da se, ad un’altra temperie storico-musicale. Il riferimento va al Museo Rosenbach, costituito da musicisti legati al rock prog anni settanta. Con loro incide l’album Zarathustra. In questo gruppo rimane fino al 1973. La loro casa discografica, negli anni novanta pubblicherà incisioni inedite che rispondono ai titoli di ‘Rarities, Live’72’. Nel 2000, con l’arrivo del nuovo millennio, Rosenbach si rimette insieme per pubblicare l’album ‘Exit’.
Golzi è l’ultima perdita di un gruppo che ha portato nel mondo il vessillo di una musica italiana alternativa. In ogni caso, alternativa al classico paradigma del bel canto: certo, i Matia Bazar erano melodici, ma l’attenzione agli stili musicali internazionali era ben presente. Infatti, oltre a Golzi, nel 1998 anche Aldo Stellitta fu purtroppo vittima di un problema di salute severo. Stellitta, lo ricordiamo brevemente, è il bassista che contribuisce a rendere famosi alcuni dei brani più popolari della band Bazar: in una lunga carriera di successi, Stellitta, Golzi e compagni passano da ‘Per un’ora d’amore’, ‘Stasera che sera’ e ‘Solo tu’ al techno pop di ‘Vacanze romane’, ‘Souvenir’ e ‘Ti sento’.

 

Articolisti con lo Slurp

Nel maggio scorso, nelle librerie, ha fatto capolino un testo che parla di giornalismo e giornalisti. Forse più di giornalisti. Forse più di ‘alcuni’ giornalisti.
Insomma, diciamola tutta, come dice l’ottimo Piero Ottone, fare il giornalista può anche significare creare la fortuna di chi cerca un posto al sole o la sua decadenza, anche se, quest’ultimo, non ha nemmeno avuto occasione di albergare sotto i raggi della fortuna.

Comunque, i protagonisti del libro che ci occupa in questo frangente, per anni hanno decantato le lodi dei potenti di turno (spesso e volentieri di Silvio Berlusconi, ma non solo le sue), scrivendone sui giornali, parlandone in tivù, o esprimendo le loro lusinghe nel corso di interviste e dibattiti. Marco Travaglio, nel suo scritto, non usa mezzi termini per definirli. Sono giornalisti, soprattutto, ma non solo. Il famoso e pericoloso virus, individuato dagli ‘scienziati del sociale’ e definito con un eufemismo “baciafondoschiena”, si è diffuso a macchia d’olio, invadendo ogni campo della società e della cultura.
In Slurp, questo il titolo che non è sfuggito a quelli che hanno sott’occhio la società in cui vivono, Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, mette insieme alcuni di questi esercizi adulatori, quelli che secondo lui sono i migliori, costruendo la sua personalissima antologia.

Travaglio dichiara che è colpa di queste figure, che hanno asservito penna e lingua al potere, se l’Italia non è ancora una democrazia. È colpa loro se l’opinione pubblica è stata narcotizzata. E non è ancora finita, anzi, l’esercito dei lecchini non è mai stato così nutrito come negli ultimi tempi.
Se Slurp non fosse un libro ma una canzone, sicuramente sarebbe una composizione di Edoardo Bennato. Il cantautore campano, durante la sua lunga e fortunata carriera, non ha mai lesinato accenni con l’indice accusatore verso chiunque appoggi lo status quo del più forte (a creare problemi).
Più vicino a noi nel tempo, è sicuramente il cantautore emiliano Mimmo Parisi che tiene alto il vessillo dell’attenzione verso quello che succede in politica o nella più ordinaria società. Del cantautore ricordiamo Arrendetevi siete circondati, un brano del 2013, tuttavia sempre attualissimo.

(A cura di Giorgia Conti, webber)

Al posto del lei perchè non ci diamo del té?

 

 

 

 
 
 
Il té di Kate e William con Brad e Angelina
 
È il tè party più bello della storia, anche se purtroppo non ci sono immagini per testimoniarlo. La coppia «reale di Hollywood», come la definisce People, che per primo ha dato la notizia, formata da Brad Pitt e Angelina Jolie, e le loro (vere) altezze reali britanniche, il principe William e la consorte Kate Middleton si sono incontrati a Kensington Palace per un té, venerdì pomeriggio. Si è trattata di una visita informale, nel corso della quale i quattro «hanno discusso dei loro interessi comuni», ha riferito un portavoce alla rivista americana.Angelina Jolie si trovava nella capitale britannica con il marito Brad, 52, e i figli, per partecipare a un pranzo ufficiale del Foreign & Commonwealth Office, in qualità di ambasciatrice per l’Alta Commissione sui rifugiati delle Nazioni Unite.Come scrive People, però, nonostante la tribù Jolie-Pitt fosse al completo in quel di Londra, solo i due attori hanno preso parte all’incontro a Kensington Palace con Kate e William. E anche il piccolo George ormai vera e propria star internazionale– ha mancato l’appuntamento con i due «colleghi» maggiori d’Oltreoceano.Neanche un anno fa, forse lo ricorderete, il premio Oscar Angelina Jolie, 40, fu insignita dalla regina Elisabetta del titolo onorifico di «Dama onoraria», in virtù del suo impegno contro gli stupri di guerra. Ma per fortuna in quell’occasione c’era un fotografo a immortalare il magnifico incontro.

(Da vanityfair.it)

Rock e tenebre

 

A distanza di alcuni giorni dalla sua scomparsa, si vuole volgere ancora un pensiero all’inossidabile ‘Conte’, ovvero,Lee

Christopher Lee. L’attore, al momento del fatto, era ospite presso il Chelsea and Westminster Hospital di Londra. Dopo il 27 maggio scorso, data del suo compleanno, il ‘Conte’ aveva accusato problemi di salute. I medici lo avevano ricoverato a causa di problemi cardiaci.

Christopher Lee è stato un mito: nessuno, probabilmente, ha incarnato con tanta precisione il Signore dei lupi e della Transilvania boscosa e cupa. Vlad Dracul, il protagonista presentato dal romanziere Bram Stoker nel suo libro di maggiore successo, ovvero Dracula, ‘aveva’ la sua faccia, non vi è alcun dubbio. Tuttavia, l’ombra inquietante di questo personaggio romantico e tenebroso, non deve far dimenticare le altre prove cinematografiche di questo grande attore.
Nel Signore degli Anelli è stato un superbo stregone Saruman: lo si ricorderà con gli occhi scintillanti sulla stele di pietra nel vento di tempesta. La torre che lo ospitava era altissima. Anche Lee, del resto, apparteneva alla stirpe degli altissimi: insieme al suo profondo timbro vocale, proprio la sua notevole altezza lo aveva fatto preferire ad altri per il ruolo di Dracula. Oltre, va da se, all’ovvio talento recitativo. Lee è intervenuto anche nel film Lo Hobbit.
Invece in Guerre Stellari interpreta Dooku, un altro conte: un titolo nobiliare che porta gran fortuna a Christopher Lee. D’altra parte il sangue nobile gli scorreva nelle vene: sua madre era la marchesa Estelle Maria della famiglia Carandini, sfolgorante bellezza di terra italica. Suo padre era un militare dell’esercito inglese. Nonostante il divorzio, la madre volle dare a tutti i costi a Christopher e a sua sorella Xandra, un’educazione artistica importante.

Ma, per ritornare al suo massimo personaggio di successo, pare che Christopher Lee non fosse particolarmente legato a questa figura. Anche per Lee il rischio di restare ingabbiato in un unico personaggio, come capita a tutti gli attori che hanno successo in un preciso ruolo, ha avuto un chiaro peso. Comunque l’attore minimizzava e andava avanti con Vlad Dracul: la cappa nera e gli svolazzi di pipistrelli lo hanno visto ben 11 volte protagonista indiscusso.
Aveva debuttato nel 1948 per la regia di Terence Young nel film Il Mistero degli Specchi. Il successo arriverà dieci anni dopo, proprio con Dracula il Vampiro. Tuttavia la sua carriera lo ha visto oltre che vampiro anche mostro, avventuriero, detective, assassino, stregone e cardinale. Sicuramente si è specializzato nel cinema di genere, dall’horror al fantasy: in tutti questi campi ha disegnato personaggi immortali.

Ma i suoi interessi non si limitavano all’area meramente professionale. Era appassionato melomane, collezionista d’arte, e cantante; si è cimentato perfino nel metal. Il suo sguardo critico si posava ironicamente, a volte, sulle nuove leve e sulla società e rifletteva: “Fare l’attore è diventato un sogno comune. Tutti vogliono essere attori, ma essere un attore sul serio è il mestiere più duro del mondo”. Un giudizio emesso da un ironico osservatore del grande circo che si agita sul pianeta Terra.

Massimo Albertini, blogger