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Non si può protestare sui vitalizi

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L’ufficio di Presidenza della Camera, ha giudicato una delle poche osservazioni giuste realizzate in questo paese anormale, come “un fatto senza precedenti e di assoluta gravità!”.
La protesta di 36 deputati del M5S all’ufficio di presidenza della Camera in occasione della votazione sulle delibere sulle pensioni dei parlamentari è stata valutata dall’ufficio di Presidenza della Camera “un fatto senza precedenti e di assoluta gravità, costituendo un serio attentato al libero dispiegarsi del confronto e del funzionamento delle istituzioni”. Con questa motivazione l’Ufficio di Presidenza sospende diversi deputati M5S. I deputati sospesi dai lavori dall’ufficio di presidenza della Camera sono stati divisi in tre fasce: per alcuni la sospensione scatta a partire dal 6 aprile, per la seconda tranche a partire dal 17 maggio, mentre per la terza scatterà il 22 giugno. Il 4 aprile, giorno in cui il biotestamento approda in Aula alla Camera, nessuno dei deputati pentastellati risulterà sospeso.
Questa mattina il Movimento aveva fatto appello affinché tutti i suoi deputati potesero restare in Aula in occasione dell’approdo del ddl. Sono quindi 10 i giorni di sospensione per i deputati M5S che hanno protestato in Aula causandone lo stop in diretta tv e impedendo la prosecuzione del question time. Per 4 deputati i giorni di sospensione sono 12 in quanto hanno esposto cartelli sotto il banco della presidenza dell’Aula. E’ questa la sanzione comminata dall’Ufficio di Presidenza della Camera in seguito alla bagarre sui vitalizi del 22 marzo scorso, divisa in due episodi: il caos in Aula e la tentata irruzione in ufficio di presidenza (per cui la sanzione decisa è di 15 giorni). Nei due episodi in gran parte dei casi sono stati coinvolti e sanzionati i medesimi deputati. Per alcuni (Sorial, Vacca, L’Abbate, ad esempio) i giorni di interdizione in totale sono quindi 27.
Le sanzioni sono state votate da tutti i membri dell’Ufficio di Presidenza ad eccezione del pentaastellato Riccardo Fraccaro e con gli altri due membri M5S assenti. L’Ufficio sottolinea come il comportamento “aggressivo” dei deputati che hanno rotto il cordone tentando l’irruzione nella Biblioteca della Presidenza abbia reso ancor più grave l’episodio a causa del quale, si ricorda, 4 assistenti parlamentari (3 uomini e una donna) sono dovuti ricorrere a cure mediche. Tra i deputati sanzionati per la tentata irruzione figurano Alessandro Di Battista, Giuseppe Bresca, Massimo De Rosa (unico che riuscì ad entrare), Danilo Toninelli, Michele Dell’Orco, Marco Brugnerotto.
Un flashmob davanti alla Camera per mostrare i volti dei deputati che fanno parte dell’ Ufficio di Presidenza della Camera: quelli che oggi hanno sanzionato 42 deputati del Movimento, gli stessi, protesta il M5s, che hanno bocciato la proposta di delibera per “equiparare le pensioni dei deputati a quella dei normali cittadini”. “Si tengono la pensione” hanno protestato i deputati del Movimento. “Queste sono state settimane da horror in Parlamento, dalle pensioni ai vitalizi, dal salvataggio di Minzolini a quello di Lotti fino alla riforma della giustizia: pensano solo agli affari loro e le facce che vedete dietro di me sono i volti di quelli che in Ufficio di Presidenza hanno pensato solo a salvare un affare loro”. Così il vicepresidente M5s della Camera, Luigi Di Maio davanti Montecitorio. “Per noi queste sanzioni non sono una preoccupazione – ha concluso Di Maio – utilizzeremo questi 15 giorni di sospensioni per girare meglio l’Italia e raccontare le schifezze che si votano qui dentro”.

Finalmente un ‘comune cittadino’

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Renzi ha dichiarato che andrà in giro per l’Italia, in occasione del Congresso, da comune cittadino. Le domande sono, 1) perchè un comune cittadino, secondo lui, avrebbe la possibilità di andarsene in giro? 2) E quando lavorerebbe? 3) E lui, quando lavorerà? 4) Chi lo mantiene?

Dall’Olanda arriva un brusco stop al populismo in Europa”. Apre così Matteo Renzi il ritorno al suo ‘format’ su Facebook #Matteorisponde. La sconfitta di Wilders è una buona notizia, sottolinea.

Buona, come quella giunta in serata dal Senato, dove la mozione di sfiducia a Luca Lotti su Consip è stata bocciata senza problemi. M5s ha preso l’iniziativa per “trovare spazio” sui giornali e in tv, attacca, ma ha preso “una sonora libecciata: respinti con perdite”, mentre il ministro si è difeso “con grande serietà e pacatezza”. Ora, afferma l’ex premier, partirà in prima persona al contrattacco: “Presenterò querele corpose a chi insulta“.

Nei prossimi giorni tornerà a girare l’Italia “trolley alla mano e senza codazzi” per la campagna congressuale, racconta Renzi. Ma a quattro mesi dalla sconfitta al referendum, riparte dal dialogo diretto con i cittadini, sostenitori e detrattori, sui social network, anche perché in tv nei talk show, osserva, “c’è costante polemica contro di noi”. Si presenta da non più premier ma “comune cittadino”: non ha alle spalle bandiere né davanti la scrivania di Chigi ma, spiega, è ospitato dalla sede di Unità.tv al Nazareno.

Nella battaglia congressuale avrà al suo fianco, da coordinatore della sua mozione, Lorenzo Guerini, che lascia perciò il ruolo di presidente della commissione congresso.

Niente polemiche con gli avversari, promette, e si dice pronto a fare “squadra” con Orlando chiunque vinca. E intanto chiede che il partito trovi una soluzione per permettere di votare anche a chi il 30 aprile sarà in viaggio, in modo da tenere alta l’affluenza, nonostante il ponte del primo maggio.

 

Glorie delle sei corde

 

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Abbiamo messo insieme i migliori chitarristi ed esperti del settore per stilare la classifica delle glorie delle sei corde, e per spiegarci cosa separa le leggende da tutti gli altri. Commenti di: Keith Richards su Chuck Berry, Carlos Santana su Jerry Garcia, Tom Petty su George Harrison e molti altri.

20. Carlos Santana
Il Messicano Carlos Santana aveva appena finito il Liceo a San Francisco, nel 1965, quando la scena musicale della città è esplosa, facendolo venire a conoscenza di un gran numero di rivelazioni –electric blues, ritmi africani e jazz moderno; maestri della chitarra come Jerry Garcia e Peter Green dei Fleetwood Mac – diventati elementi chiave nei ritmi psichedelici latino–americani dell’omonima band. Il tono cristallino e potenza pulita di Santana, fanno di lui l’unico strumentista riconoscibile tramite una sola nota.
Per quanto riguarda il suo stile audace ed esplorativo, Santana ne ha in parte dato il merito al consumo di acidi. Santana ha detto: «Non puoi prendere dell’LSD e non trovare la tua voce, perché non hai nessun posto dove poterti nascondere. Non suonerà né finta né carina». La forza accogliente della musica di Santana fa di lui un perfetto collaboratore –il suo album del 1999 carico di grandi nomi, Supernatural, ha vinto 9 Grammy– e una costante fonte d’ ispirazione. Prince l’ha definito più influente di Jimi Hendrix: «Santana suonava con più grazia».

 

19. James Burton
Lo stile caratteristico di James Burton, definito “chicken pickin” per le tonalità chiare, croccanti e concise, è uno dei suoni più unici della musica country, e ha esercitato un’enorme influenza sulla chitarra rock. Burton ha iniziato a 14 anni, quando ha scritto “Susie Q” per Dale Hawkins, ed è diventato una star adolescente quando si è unito alla band di Ricky Nelson nel 1957.
Con Nelson, Burton ha creato la sua tecnica distintiva: usava sia pizzicate e plettro, e sulla sua Telecaster aveva montato delle corde di banjo al posto delle quattro corde più acute, rendendo la chitarra scoppiettante e scattosa. «Non ho mai comprato un disco di Ricky Nelson, ma ho comprato un disco di James Burton», ha affermato Keith Richards.
Nei tardi anni ’60 e nei ’70, Burton ha riunito la band TCB di Elvis ed è diventato il ragazzo d’oro di dischi country come quelli di Joni Mitchell e Gram Parsons, ed è tuttora in tour.
Joe Walsh ha detto: «Era un tipo misterioso: “Chi è questo tizio e perché suona in tutti quei dischi che mi piacciono?” La sua tecnica è stata importantissima».

18. Les Paul
Les Paul è conosciutissimo per essere il genio che ha inventato la chitarra a corpo rigido che porta il suo nome. Ma è stato anche un musicista geniale. «Ha creato i suoni di chitarra migliori degli anni ’50. Nessuno c’è mai andato vicino», ha dichiarato Brian Wilson.
Una lunga sfilza di successi negli anni ’40 e ’50 (sia da solista che con sua moglie, la cantautrice Mary Ford) hanno stabilito il suo stile distintivo: improvvisazioni eleganti, dai toni puliti e dalle pizzicate veloci sui brani popolari dell’epoca. Paul ha creato una serie di innovazioni tecniche sconvolgenti, ad esempio la sovra incisione di più tracce in studio o la registrazione su nastri a diverse velocità, creando dei suoni a cui nessuno era ancora arrivato – ne è dimostrazione il suo assolo in “Lover” del 1948, in cui la chitarra ha il suono di uno sciame di vespe. Fino a poco prima della sua morte nel 2009, all’età di 94 anni, Paul faceva ancora concerti settimanali ad un jazz club di New York, sempre pieno di metallari adoranti fra il pubblico.

17. Neil Young
«Se dovessi mai insegnare in una classe di giovani chitarristi, la prima cosa che gli farei suonare sarebbe il primo minuto dell’assolo originale di Neil Young in “Down by the River”. È soltanto una nota, ma è davvero melodico e ringhiante di rabbia e attitudine. Il modo di suonare di Neil è come un tubo aperto che va dal suo cuore dritto al pubblico. Negli anni ’90 abbiamo suonato in un festival con i Crazy Horse. Alla fine di “Like a Hurricane”, Neil ha iniziato un assolo dagli echi così forti che sembrava fosse un dipinto impressionista. Cantava a quasi due metri dal microfono, e lo potevi sentire in mezzo ai suoni turbolenti e tempestosi. Penso molto a quel momento mentre suono. I concetti tradizionali del ritmo e delle scale sono rispettabili, ma la musica è un oceano enorme. È qualcosa di immenso, furioso, e ci sono molti canali inesplorati. Neil è ancora la luce che illumina il cammino di persone che sono più giovani di lui, ricordandoci che si possono rompere le convenzioni artistiche.» Di Trey Anastasio.

16. Derek Trucks
Letteralmente cresciuto nella famiglia degli Allman Brothers, Derek Trucks –il nipote del batterista degli Allmans, Butch Trucks– ha iniziato a suonare la chitarra a 9 anni ed è andato in tour a 12. Ma la precocità di Trucks si è aggiunta ad una voglia istintiva di esplorare. Quando ha preso il posto di Duane Allman nell’ Allman Brothers Band, a 20 anni, l’abilità nell’assolo di Trucks è esplosa verso direzioni stravolgenti, riuscendo ad incorporare elementi del Delta blues, hard-bop jazz, l’estasi vocale del gospel Southern black e le modalità e i ritmi dell’Indian-raga.
«Ha molti più suoni di quanti ne abbia io», ha dichiarato John Mayer in completa ammirazione. Oltre che andare in tour regolarmente con gli Allman Brothers, Trucks al momento è alla guida della Tedeschi Trucks Band, un agglomerato bestiale di 11 musicisti creato insieme a sua moglie, la cantante e chitarrista Susan Tedeschi. Eric Clapton, che ha portato Trucks in tour come spalla nel 2006 ha dichiarato: «è come un pozzo senza fondo. La sua musica è davvero profonda».

15. Freddy King
In un’intervista del 1985, Eric Clapton ha citato la B-side di Freddy King del 1961 “I Love the Woman”, definendola «la prima volta in cui ho sentito quello stile di chitarra elettrica che mi ha iniziato alla chitarra: il bending». Clapton ha condiviso il suo amore per King con altre leggende della chitarra inglesi come Peter Green, Jeff Beck e Mick Taylor, allo stesso modo influenzati dai toni vibranti e diretti di King e dai fraseggi bruschi e melodici in pezzi iconici come “The Stumble”, “I’m Tore Down” e “Someday, After Awhile”. Soprannominato “cannone texano”, King aveva una potenza chitarristica unica.
A proposito delle pizzicate a mo’ di banjo di King, Derek Trucks ha affermato: «Quel suono metallico è indimenticabile, ma deve stare nelle giuste mani. King suonava davvero troppo bene, potevi sentire chiaramente la sua chitarra». Trucks è sicuro dell’impatto di King su Clapton, affermando recentemente:« Quando ho suonato con Eric, erano molte le volte in cui i suoi assoli mi davano l’impressione di ascoltare Freddy».

14. David Gilmour
Come produttore e scrittore, David Gilmour dei Pink Floyd è attratto da atmosfere sognanti e fluttuanti, ma quando prende la Stratocaster nera per suonare un assolo, c’è una sensibilità diversa. «Volevo un suono di chitarra chiaro e potente che potesse lacerarti la faccia», ha affermato il chitarrista.
Gilmour è stato un solista blues in un gruppo che suonava raramente blues – i suoi assoli eleganti e instancabilmente melodici risuonavano come sveglie in Dark Side of the Moon. Ma Gilmour è stato anche un adepto dell’improvvisazione d’avanguardia, come si nota nel Live at Pompeii dei Pink Floyd, e poteva essere un chitarrista inaspettatamente funky, come dimostrano i riff sinuosi di “Have a Cigar” e “Another Brick in the Wall, Part 2”. Il suo uso pioneristico dell’eco e di altri effetti –inizialmente inspirato dal primo chitarrista dei Floyd, Syd Barrett– è culminato nell’uso preciso del delay in “Run Like Hell”, che anticipa il suono di The Edge.

13. Albert King
Quando nel 1968 il reporter di Rolling Stone Jon Landau ha chiesto ad Albert King quali fossero le sue influenze chitarristiche, King ha risposto: «Nessuno. Tutto quello che faccio è sbagliato». Pioniere del blues elettrico, King –che era mancino– suonava una Gibson Flying V del 1959 al contrario, cioè con le corde basse verso il pavimento, perché aveva il manico a destra. King aveva un’accordatura indecifrabile e batteva le corde con il pollice. King, 1 metro e 90 di statura e 136 kg di peso, riusciva a flettere le corde più che chiunque altro, e i suoi album hanno influenzato un’intera generazione: Eric Clapton ha ripreso l’assolo in “Strange Brew” di King e Duane Allman ha trasformato la melodia di “As the Years Go Passing By” nel riff principale di “Layla”. Jimi Hendrix è caduto dal cielo quando il suo eroe ha aperto il suo concerto a Fillmore nel 1967. King ha dichiarato: «Ho insegnato a Hendrix una grande lezione sul blues. Io potevo tranquillamente suonare i suoi pezzi, ma lui non poteva suonare i miei».

12. Stevie Ray Vaughan
Nei primi anni’80, MTV stava nascendo, e la chitarra blues era lontana anni luce dalla musica mainstream. Nonostante questo, Stevie Ray Vaughan, nato in Texas, ha catturato l’attenzione di tutti. Il musicista ha assorbito gli stili di tutti i chitarristi blues –con un tocco di jazz e rockabilly alla Jimi Hendrix– e il suo suono mostruoso, un miscuglio di virtuosismi e senso impeccabile del ritmo, riusciva a dare la potenza del metal a riff blues, ad esempio in “Pride and Joy”. Vaughan era considerato alla pari di B.B. King e Eric Clapton, e nonostante la sua morte nel 1990 a causa di un incidente in elicottero, è tuttora fonte di ispirazione per molte generazioni di chitarristi; da Mike McCready dei Pearl Jam e John Mayer, al giovane astro nascente Gary Clark Jr. «Stevie è stato uno dei motivi per cui ho voluto una Stratocaster; il suo tono, che non sono mai riuscito ad avere, era enorme, compatto e chiaro allo stesso tempo. Se ascolti i suoi album e guardi i suoi video, ti rendi conto di come la sua passione fosse percepibile, quasi schiacciante», ha dichiarato Clark.

11. George Harrison
Una volta io e George Harrison eravamo in macchina e “You Can’t Do That” dei Beatles passò alla radio, con quel riff bellissimo a 12 corde all’inizio del pezzo. Lui mi fa: «Me lo sono inventato al volo». Ed io: «Ma dai, come?». – Mi risponde: «Ero lì, e dovevo fare qualcosa!».
Questo riassume più o meno chi era George Harrison. Cercava il modo giusto per far filare il brano. Quella era la magia dei Beatles, sembrava che stessero cercando il modo giusto di suonare.
George conosceva tutti gli assoli oscuri di Elvis; le sue influenze iniziali erano quelle del rockabilly –Carl Perkins, Eddie Cochran, Chet Atkins, Scotty Moore, ad esempio– ma ci aggiungeva sempre qualcosa in più. Mi ricordo che andavo in estasi sull’assolo di “I Saw Her Standing There”, era perfetto in quel pezzo, era il trucco di George.
E poi, quante Rickenbacker a 12 corde ha venduto? Il suo era un suono completamente nuovo –Roger McGuinn ha preso ispirazione da George, e poi l’ha portata nei Byrds.
Quando poi si è approcciato alla chitarra slide negli ultimi tempi dei Beatles, era davvero bello sentirlo in quella versione. Una volta mi ha detto: «Credo che i chitarristi di oggi si siano dimenticati della tonalità», e appunto quella era una cosa che gli stava a cuore. Era perfettamente accordato quando suonava, gli slide erano precisi e il vibrato era bellissimo. La sua chitarra cantava per lui. Tutti i suoi dischi sono perfetti, geniali. Era un grande uomo che ha inventato tanto. Di Tom Petty.

10. Pete Townshend
Pete Townshend non suona tanti assoli, che potrebbe essere il motivo per cui molte persone non capiscono quanto sia bravo. Ma Pete è importantissimo per il rock –è un musicista visionario che ha innescato un intero genere. La sua tecnica ritmica è estremamente eccitante e aggressiva; è un musicista selvaggio in un certo senso. Il suo suono è fisico, fluido, magnifico e il suo stile tecnico rispecchia l’intensità lo caratterizza come persona. È un po’ come il fondatore del punk, forse il primo a distruggere una chitarra sul palco –uno statement fenomenale per l’epoca. Allo stesso tempo Pete è complesso e colto, ascolta molto jazz e mi ha confidato che gli piacerebbe tanto poterlo suonare. In “Substitute” senti tutta l’influenza delle scale modali di Miles Davis, ad esempio nella progressione di accordi con la corda del Re lasciata libera. Ha usato il delay e il feedback molto presto, cosa che credo abbia influenzato l’avanguardia musicale europea, ad esempio gli Stockhausen –che erano una roba da scuola d’arte. Gli accordi squillanti che suonava negli Who erano molto intelligenti se consideriamo come la batteria e il basso fossero predominanti nelle composizioni della band –poteva essere tutto molto confusionario se non ci fosse stato lui. Pete ha più o meno inventato i power chord, e anche lo stile alla Zeppelin che c’è nei Who degli anni ’60. Molte di queste cose vengono da lui. Di Andy Summers

9. Duane Allman
Sono cresciuto suonando la chitarra slide in chiesa, e l’idea era quella di imitare la voce umana: dopo che la signora anziana o il parroco smettevano di cantare, noi dovevamo continuare la melodia della canzone come se stessero ancora cantando. Prorpio così Duane Allman ha portato il tutto a un altro livello. Era molto più preciso di chiunque fosse venuto prima. La prima volta che ho ascoltato gli Allman Brothers fu strano per me, perché quel suono era molto simile a quello con cui ero cresciuto.
Ad esempio la parte finale in “Layla”. Duane suona slide su tutta la melodia. Mettevo quel pezzo in repeat per addormentarmi. Anche se tutti noi chitarristi siamo sempre li ad esercitarsi, ci sono dei dischi che ti fanno mettere via la chitarra per ascoltarli.
Eric Clapton mi ha detto che sapeva quanto Duane potesse cambiare il suono della chitarra e farlo diventare qualcosa di nuovo. Clapton dice che era molto agitato quando le chitarre erano due, ma con Duane non era così.
Duane è morto giovane. Puoi dire che sarebbe diventato 50 volte più bravo, ma Dio ha voluto così, e ci ha lasciato la sua eredità. Nel mio iPod c’è tutto quello che Duane abbia mai registrato. Ascolto i pezzi degli Allman tutti i giorni. Di Robert Randolph

8. Eddie Van Halen
Quando avevo 11 anni ero a casa del mio insegnante di chitarra, e lui mi fece ascoltare “Eruption”. Sembrava che venisse da un altro pianeta. Io stavo imparando le basi, cose tipo AC/DC e Deep Purple. “Eruption” per me non aveva senso, ma era glorioso, tipo quando ascolti Mozart per la prima volta.
Eddie è il maestro dei riff: ad esempio “Unchained”, “Take Your Whiskey Home”, l’inizio di “Ain’t Talking ‘Bout Love”. Trovava suoni che non erano necessariamente simili a quelli della chitarra tradizionale –molte armonie e dinamiche succedevano solo grazie alla sua tecnica brillante. C’è una parte in “Unchained” in cui sembra che ci sia un altro strumento nel riff.
Molto del suo suono viene dalle sue mani, ad esempio per il modo in cui regge il plettro con il pollice e il medio, che rende possibile il tapping con le altre dita. (Quando ho scoperto come suonava, c’ho provato ma era troppo strano). Ma a parte questo, Eddie ha un’anima incredibile. È come Hendrix –puoi suonare le cose che ha scritto, ma ci sarà sempre un qualcosa che manca.
Eddie spacca ancora. Ho visto i Van Halen durante il loro tour di reunion due anni fa e il momento in cui è uscito sul palco ho sentito le stesse vibrazioni di quando ero ragazzino. Quando vedi un maestro, lo riconosci subito. Di Mike McCready dei Pearl Jam

7. Chuck Berry
Quando da ragazzino ho visto Chuck Berry in “Jazz on a Summer’s Day” quello che mi ha scioccato è stato il suo suono duro rispetto ai tipi che suonavano jazz. Erano tutti bravissimi, tipo Jo Jones alla batteria e Jack Teagarden al trombone, ma avevano quell’attitudine jazz alla “ah si… questo è rock&roll quindi…”. Con “Sweet Little Sixteen”, Chuck li ha sommersi con una tempesta di suono. Per me, quello è il blues. Quell’attitudine che io stesso volevo avere, eccetto il fatto che ero bianco.
Ho ascoltato e copiato qualunque giro lui abbia mai suonato. Chuck li ha presi da T-Bone Walker e io li ho presi da lui, Muddy Waters, Elmore James e B.B. King. Siamo tutti parte di quella famiglia che esiste da mille anni. Sul serio, ce lo stiamo passando di mano in mano.
Chuck suonava una versione più infiammata del Chicago blues con accenni boogie –che tutti i musicisti a quel tempo suonavano– ma lui l’ha portato ad un altro livello. Era leggermente più giovane dei musicisti blues dell’epoca e le sue canzoni erano più commerciali, ma senza essere pop, che è molto difficile. Chuck aveva lo swing, il rock e il roll. E aveva anche una band straordinaria nei primi dischi: Willie Dixon al basso, Johnnie Johnson al piano, Ebby Hardy o Freddy Below alla batteria. Avevano tutti capito cosa dovevano fare e si divertivano a farlo. Non c’è un modo migliore. Non è la persona più tranquilla del mondo, cosa che è stata sempre una delusione per me, perché i suoi pezzi erano pieni di senso dell’umorismo brillante. Il vecchio figlio di puttana ha appena compiuto 85 anni. Gli faccio i miei più cari auguri e vorrei incontrarlo e dirgli: «Hey Chuck , beviamoci qualcosa», ma lui non è il tipo. Di Keith Richards

6. B.B. King
Le influenze di B.B. si sono formate molto presto. Essendo nato ad Indianola in Mississippi, B.B. riesce a ricordare il suono delle balle di fieno e delle figure monumentali del blues come Charley Patton e Robert Johnson. Il fraseggio monotòno di T-Bone Walker è stato tutto per lui. Riesci a sentire quelle influenze nella scelta della melodia, che B.B. canta con la chitarra oltre che con la voce.
B.B. suona in modo esplosivo, con una resa ricca e robusta. E a sua tecnica è dimostrata nel fraseggio, oltre che negli assoli raffinati. È tutto molto identificabile, talmente chiaro da poter essere messo per iscritto. Ad esempio le cose di John Lee Hooker erano troppo complesse per essere scritte, ma B.B. era un musicista genuino e diretto.
Ci sono due cose che ho cercato disperatamente di imparare. B.B. ha inventato questo fraseggio scarno in cui suona due note, e dopo salta sull’altra corda e scivola sulla nota seguente. Ormai lo suono anche nel sonno. E poi c’è quella roba a tre note, in cui flette l’ultima nota. Tutte e due queste tecniche non falliscono mai, ti scuotono la sedia.
C’è stato un punto di svolta, più o meno nel 1965, in Live at the Regal, in cui il suo suono ha assunto una personalità che è ancora oggi intoccabile –quel suono corposo, in cui il pick-up frontale non è in sincronia con quello posteriore. B.B. suona ancora con un amplificatore Gibson che è fuori produzione da un pezzo. Il suo suono è una combinazione di tutte queste cose, è semplicemente B.B. Di Billy Gibbons

5. Jeff Beck
Jeff Beck è la combinazione di una tecnica impressionante e una personalità esplosiva. È come se dicesse: «Hey! Io sono Jeff Beck. Sono qui e non puoi ignorarmi!». Negli Yardbirds aveva un tono melodico ma che ti arrivava dritto in faccia , chiaro e sconvolgente, ma dolce allo stesso tempo. Si può dire che fosse un musicista serio, non si tratteneva.
C’è un certo grado di maestria nel saper suonare con un cantante, rispondendo alle sue richieste e spingendolo alla melodia. La bellezza dei due album che ha prodotto con Rod Stewart nel 1968 e ‘69, Truth e Beck-Ola, è proprio il fatto che Jeff non predomina su Rod, ma lo accompagna. Jeff è stato in grado di abbattere le barriere del blues. “Beck’s Bolero”, in Truth, non è del tutto blues, ma in fondo lo è. Una delle mie tracce preferite è la cover di Howlin’ Wolf, “I Ain’t Superstitious” , contenuta in Truth. C’è senso dell’umorismo, tipo nell’uso di un wah molto gutturale. Non so se Clapton suoni con lo stesso senso dell’umorismo. Jeff lo aveva sicuramente.
Quando è entrato nella fase fusion, ho subito apprezzato la cover di Stevie Wonder “Cause We’ve Ended as Lovers”, nell’album Blow by Blow. Il tono era puro e delicato, era come se ci fosse una voce che cantasse la melodia della chitarra. Ho visto un concerto di Jeff a San Diego l’anno scorso, in un casinò, e la chitarra era la sua voce. Non manca il cantante, perché la sua chitarra è molto lirica. Suona in un modo spirituale, confidenziale. Dopo aver visto quel concerto, sono tornato a casa a esercitarmi. Forse è per questo che ho preso molto da lui: se vuoi essere Jeff Beck, fai i compiti. Di Mike Campbell degli Heartbreakers.

4. Keith Richards
Mi ricordo quando ero alle medie e ascoltavo “Satisfaction”; sono stato sconvolto da quel pezzo. È una combinazione del riff e degli accordi che ci sono sotto. Keith ha scritto riff a due o tre note che sono più potenti di ogni assolo mai fatto. Suonava un vibrato brillante, come nelle linee di “Gimme Shelter”. Penso che nessuno abbia mai creato delle sonorità così oscure e sinistre. C’è molta chiarezza fra le due chitarre, che lascia ampio spazio alla voce di Mick Jagger. Nessuno padroneggia le accordature come Keith. Mi ricordo quando suonavo il riff di “Beast of Burden”, mi dicevo: «Questi sono gli accordi giusti, ma non sonano come quelli di Keith». Aveva un’accordatura fighissima, che gli faceva suonare degli accordi pazzeschi. Quello è il punto focale di ogni parte di chitarra di ogni disco dei Rolling Stones. Keith trova l’accordatura che crea le canzoni degli Stones in base a quello che prova.
Sono andato a sentire Keith con gli X-Pensive Winos. Nel camerino Keith ha iniziato a suonare un riff di Chuck Berry. Non ho mai sentito nulla di simile nella mia vita. Adoro Chuck Berry. Ma quello era meglio. Non tecnicamente –c’era un contenuto emotivo che mi ha conquistato. Quello che Chuck è per Keith, Keith lo è per me. Di Nils Lofgren degli E Street Band

3. Jimmy Page
Ascoltare quello che Jimmy Page fa con la chitarra può trascinarti via. Come primo chitarrista, Jimmy suona sempre la cosa giusta al momento giusto –ha davvero buon gusto. L’assolo in “Heartbreaker” è così immediato; mette alla prova la sua tecnica ma è un numero sensazionale. Non si può considerare la tecnica chitarristica senza concentrarsi su quello che Jimmy faceva in studio e come usava la chitarra nei pezzi che ha scritto e prodotto. Jimmy aveva molta esperienza, acquisita negli Yardbirds e nelle sessioni di registrazione, e sapeva come ottenere il suono che voleva, ad esempio nel primo album dei Led Zeppelin.
Aveva una visione che prescindeva dagli stereotipi della chitarra. La chitarra di “The Song Remains the Same”, ad esempio, cambia continuamente –diventa più forte, poi morbida e poi forte di nuovo. Nessun altro chitarrista può farlo, escluso Les Paul, credo. Di Joe Perry

2. Eric Clapton
Eric Clapton è l’unico chitarrista che mi ha influenzato –anche se non gli assomiglio. Il suo stile era semplice, come il suo suono, tecnica e atmosfera. Prendeva una Gibson, la collegava a un Marshal e fine. Molto basico, blues. I suoi assoli erano melodici e memorabili –ed è questo il motivo per cui gli assoli dovrebbero sempre essere parte della canzone. Potrei canticchiarveli ora.
Quello che mi piaceva molto erano le registrazioni live dei Cream, perché potevi sentire quei tre suonare alla grande. Se ascolti “I’m So Glad”, nell’album Goodbye, ti rendi conto di quanto spacchino quei tre tipi –considerando anche che Jack Bruce e Ginger Baker venivano dal jazz e hanno spinto Clapton altrove. Una volta ho letto che Clapton ha dichiarato: «Non sapevo cosa diavolo stessi facendo». Cercava semplicemente di adattarsi agli altri due.
Dopo i Cream, Eric è cambiato. Quando ha iniziato a suonare “I Shot the Sheriff” e quando ha collaborato con Delaney and Bonnie il suo stile è cambiato. Almeno il suono. Si è concentrato più sul cantato che sulla chitarra. Lo rispetto per tutto ciò che ha fatto e continua a fare –ma quello che mi ha ispirato davvero a suonare la chitarra sono le sue prime cose. Potrei suonare alcuni assoli di Eric anche adesso, non me li scorderò mai. Quel suono blues è ancora il centro della chitarra rock moderna. Di Eddie Van Halen

1. Jimi Hendrix
Jimi Hendrix ha fatto scoppiare l’idea di quello che il rock era: ha manipolato la chitarra, la leva del tremolo, lo studio e il palco. In brani come “Machine Gun” o “Vodoo Child”, la sua chitarra è come una bacchetta magica dei turbolenti anni ’60 –riesci a sentire le proteste nelle strade e le bombe al napalm in “Star-Spangled Banner”.
La sua tecnica era disinvolta. Non c’è nemmeno un minuto di una sua registrazione in cui sembra che stia davvero soffrendo –sembra sempre che gli venga tutto naturale. Il pezzo più rappresentativo del canone Jimi Hendrix è “Little Wing”. Quella canzone è così maestosa che, come chitarrista, puoi studiarla per tutta la vita e non riuscire mai a entrare perfettamente nel brano. Jimi intreccia accordi e note singole perfettamente, e usa scale di accordi che non compaiono in nessun manuale di chitarra. I suoi riff sono stati precursori del metal e i suoi giri erano un viaggio sotto LSD in autostrada.
Ci sono pareri discordanti su chi fosse il primo chitarrista a usare il feedback. Non che questo importi realmente, perché comunque Hendrix lo usava meglio di tutti. Aveva intuito quello che sarebbe stato il funk degli anni ’70 e lo suonava con un muro di amplificatori Marshall in un modo che nessuno aveva mai immaginato.
È impossibile pensare a quello che farebbe Jimi oggi; sembrava un personaggio molto impulsivo. Sarebbe una figura monumentale del rock? Sarebbe Sir Jimi Hendrix? O se ne starebbe in vacanza sulla Vegas Strip? La buona notizia è che la sua eredità lo ha consacrato come il più grande chitarrista di tutti i tempi.
Di Tom Morello

Ingiustizia incredibile per l’amico di Tiziano Renzi

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Russo e Renzi senior dovranno spiegare i particolari del loro rapporto con Alfredo Romeo e ciò che, a leggere le carte dell’inchiesta, hanno fatto per avvicinare l’imprenditore alla vittoria dei lotti dell’appalto Fm4 a cui era fortemente interessato. Soprattutto, i due dovranno rispondere a una domanda ben precisa: hanno avuto qualcosa in cambio per i loro presunti servigi? A leggere le carte dell’inchiesta, il do ut des emergerebbe dai pizzini vergati da Romeo e recuperati dagli inquirenti in una discarica. In tal senso, nei giorni scorsi Il Fatto Quotidiano ha pubblicato in esclusiva il pezzo di carta in cui Romeo annotava i compensi da dare a T. e C.R.: 30mila euro al mese per il primo, 5mila ogni due mesi per il secondo. Per chi indaga, quelle iniziali potrebbero riferirsi proprio a Tiziano Renzi e Carlo Russo. Detto ciò, è chiaro che esiste un’ingiustizia estrema. Perchè al buon papà Renzi 30 mila euro al mese e 5 mila (miseri) ogni due mesi al secondo? Ma insomma, che mondo è questo che propone tali ingiustizie? Incredibile, vale la pena fare il fuorilegge a queste condizioni? No. Quasi quasi è me glio essere onesti.

La ‘meritocrazia’ secondo Sabin

 

Sabin e la 'meritocrazia'

 

Da qualche tempo, aveva iniziato già il ‘meritevole’ Brunetta del Berlusconi, si parla sempre di meritocrazia. Bene, di là dall’entusiasmo che questo concetto pare instillare nelle persone, bisogna che qualcuno faccia il punto. Insomma, a me pare l’ennesima buffonata per non volere l’uguaglianza tra gli individui. Le domande da porsi sono semplici. Che merito ci può essere in uno che ha le gambe più lunghe di un altro? Che merito ci può essere se uno ha dei neuroni incredibili e un altro, così è la natura, sa fare bene il ciabattino e basta? Che merito ci può essere in un individuo che, per sua gran fortuna, ha potuto fare la professione per la quale è stato forgiato dalla natura e un altro, per sua grande sfiga, ha dovuto adattarsi a quello che passa il convento? E poi, perché si dovrebbe pagare questi ‘geni’ con degli stipendi da califfo: non dovrebbe essere proprio la loro esagerata intelligenza a fargli capire che non è moralmente giusto che loro prendano quelle cazzo di cifre?

A Sabin, appena il mondo si accorse della sua grande scoperta nel campo della medicina, fu proposto di brevettare il suo vaccino. Lui chiese: “Okay, ma quanto bisogna aspettare per questa pratica?”. Risposta: “Be’, ci vorranno alcuni giorni, forse qualche mese”. Lui rispose: “Qualche mese? Non se ne parla nemmeno. Ci sono un sacco di bambini che, da subito, rischiano la vita. Si dia inizio alla commercializzazione immediata. Senza alcun brevetto: quello che ho fatto è il mio contributo all’umanità. Se avessi saputo coltivare le verze avrei contribuito con quelle”. Per non parlare di Fleming che, pari pari a molti nostri parlamentari(!), andava a ‘inventare’ ogni giorno – tutti i santi giorni – con una vecchia bici. Volevano regalargliene una nuova. Non la volle. Chiese: “E quante ruote avrebbe, poi, questo nuovo velocipede?”. Il corpo accademico rispose: “Be’, è una bicicletta”. Risposta: “Ahh… Lo sapevo. Se è una bicicletta, dove sarebbe il guadagno? Altro sarebbe se fossimo a parlare di una tricicletta, no?”.

Comunque e a conclusione, ognuno dovrebbe guadagnare quel tanto per vivere decorosamente e dignitosamente. Senza questioni di meritocrazia e cazzate varie. Servono solo a dividere la gente. Ah, sicuro che esistono individui che non hanno voglia di fare niente e fanno i furbi. Ma, vi assicuro, che sono in numero risibile. Un buon corso di rieducazione alla vita li farebbe rientrare nel consorzio umano. Per favore, non fatevi corrompere da quelli che vi vogliono far vivere fra gli steccati. Non ascoltate gente come la Fornero, come Salvini (30.000 euro al mese da parlamentare a Strasburgo…), come il Pd, come quelli che sono pronti ad ubbidire a qualcuno e si fanno mettere i piedi in faccia: sono quelli che, a loro volta, vogliono mettere i loro piedi sulla vostra faccia. In nome della meritocrazia.

Quello che avete letto, sopra, è il risultato di uno scambio di punti di vista che ho avuto con il cantautore, in questa occasione scrittore, Mimmo Parisi. Infatti, in occasione della divulgazione del suo ultimo libro, “Sono tornati i Braccialetti Rossi” che, finalmente, pubblica in forma cartacea sui circuiti Mondadori e Feltrinelli, mi sono trovato davanti un personaggio particolarmente sensibile ma capace di guardare con lucidità alla realtà.  Questo artista è veramente uno dei pochi che libera le sue creazioni in maniera limpida. Senza alcun programma che possa rientrare in una sorta di investimento economico. Infatti e ridendo, ha detto con ironia: “Mi sento Sabin…”. Sabin. E chi se lo ricordava più? Se lo ricordava lui. Mimmo Parisi.

Pier Luigi Bersani, tra la Fornero e la scissione

 

 

 

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Qualche giorno fa, quello che sembrava la parte più onesta del Pd, è stato ospite di Floris. Quest’ultimo lo ha fatto interloquire con la signora Fornero. A momenti si baciavano. Incredibile, la Fornero che è stata capace di combinare guai irrisolvibili agli italiani – più di Berlusconi che, va da se, non scherza – ha dichiarato che Bersani è una persona con la quale è possibile conversare. Lui idem. Ma come spera quest’uomo di fare breccia negli elettori anti-Renzi? Doveva starsene zitto.

E andarsene a casa. Come tutta la vecchia guardia dei partiti.  E la tv dovrebbe finirla di ospitare la Fornero (a proposito, quando si decideranno i giudici a chiedere i danni fatti al Paese, a lei e al suo compare Monti?). Comunque e parlando di separazione, tanto tuonò che piovve. Alla fine lo psicodramma della scissione si risolve in una fuoriuscita di 20 deputati – forse meno – e 12 senatori. Quanto basta per formare gruppi parlamentari, certo, ma alzi la mano chi prevedeva che a seguire  fossero 20 deputati (su 303) e 12 senatori (su 118). Soprattutto tenendo conto che le liste le fece proprio Bersani, che nel 2013 era il segretario del Pd.

E’ vero che i gruppi bersaniani verranno rimpolpati da parlamentari che fanno riferimento ad Arturo Scotto, separatosi egli stesso da Sinistra Italiana: ma resta da vedere se due gruppi scissionisti faranno una forza coesa e soprattutto come.

Se  gli scissionisti di SI si affrettano ad annunciare in una conferenza stampa nel tardo pomeriggio alla Camera che  ci sarà un gruppo parlamentare con i fuoriusciti bersaniani e che dunque Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina tornano dalla stessa parte di Bersani e Speranza, è ancora da verificare quanti e chi li seguiranno. Non saranno pochi i travagli del neonato gruppo, che intende aprire un dialogo con Giuliano Pisapia per una “costituente progressista”, dato che i bersaniani sostengono il governo Gentiloni e gli scottiani no, nonostante le parole distensive di D’Attorre: possibile il sostegno al governo su alcuni punti. Ecco, mettiamo che il punto sia questo: quando si tratterà di votare il pacchetto sicurezza o il provvedimento sui voucher come si comporterà la nuova sinistra?

Una nuova Destra, se ne sentiva la mancanza

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(Esempio di vessillo di Destra che ha aiutato il popolo italiano: ora si sta tutti bene)
Si chiama “Movimento nazionale per la sovranità” il nuovo soggetto della destra sovranista di cui si tiene il congresso fondativo a Roma e in cui confluiscono Azione Nazionale e La Destra.
Il simbolo, che è stato approvato per acclamazione dalle Assise, ha a sinistra una fiamma tricolore stilizzata e, a destra, su fondo blu la scritta “Movimento nazionale per la sovranità”. “Abbiamo unito la nostra tradizione – ha spiegato Gianni Alemano – alla voglia di futuro in questo simbolo disegnato da uno dei più grandi grafici italiani, il maestro Saverio Danese”. “Dobbiamo fare primarie per scegliere il candidato premier e la linea, in modo da tenere unito il centrodestra: le primarie sono l’unico modo per ricompattare il centrodestra”.
Secondo Alemanno, “se il centrodestra non si rimette in cammino è difficile dare una risposta di governo al Paese” davanti alla divisione del Pd ed alla “incapacità” del M5S. “Ma – ammonisce Alemanno – l’unità deve essere nella chiarezza: per essa non dobbiamo fare compromessi al ribasso nè dimenticare le scelte di fondo della nostra Nazione. La Casa comune serve a difendere i valori trionfanti nel mondo della sovranità nazionale e popolare”. “Non so se Trump sia un avventuriero. Ma – ammonisce Alemanno – dalla principale potenza planetaria vengono segnali di governo della globalizzazione fondata sulle sovranità nazionali e popolari e sulla difesa dei valori fondamentali. Se questo è vero, anche in Italia deve nascere il movimento e ci deve essere un sovranismo responsabile, non fatto solo per attaccare ma per dare sostanza programmatica al progetto di governo. Sul tema c’è Salvini, c’è Giorgia Meloni.
La nostra proposta è entrare nella logica del Centrodestra non per compromesso ma come scelta di popolo”. “Se non si ricostruisce l’unità del centrodestra non c’è speranza per l’Italia”, sostiene ancora, rimarcando l’assenza al congresso di esponenti di FDI, a partire da Giorgia Meloni. “Li abbiamo invitati e non ci hanno risposto. Ci dispiace. Ma noi non ci stiamo più a fare partiti personali: sono comunità con regole, devono rispettare maggioranze e minoranze. Andiamo all’incontro con tutti quelli che sono disponibili”. Brunetta, unità unica risposta a implosione PD “Il centrodestra unito di governo è l’unica risposta all’implosione del Partito democratico. Abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di governare. Abbiamo il dovere di dare una risposta seria e responsabile a questo Paese, una risposta fatta di contenuti”.
Lo ha detto Renato Brunetta (mica un altro…), capogruppo di Forza Italia alla Camera, parlando con i giornalisti a margine del Congresso fondativo del movimento sovranista che nascerà domani dalla fusione de La Destra di Francesco Storace e Azione nazionale di Gianni Alemanno. “Noi del centrodestra dobbiamo pensare alle cose concrete, mentre a sinistra volano gli stracci, noi dobbiamo pensare agli italiani. Gli italiani prima di tutto: la sovranità appartiene al popolo. E dunque pensiamo ai tanti giovani disoccupati, al deficit, al debito, alle nostre imprese, alle nostre città, alla sicurezza. Pensiamo ai rapporti con l’Europa: basta essere trattati come l’ultima ruota del carro. E per tutto questo – sostiene Brunetta – ci vuole il centrodestra unito di governo. Un centrodestra unito di governo plurale dove ci sia l’accoglienza di tutte le sensibilità e di tutte le proposte, sono qui proprio per testimoniare questo ai miei amici Storace e Alemanno. Quindi centrodestra unito di governo perché abbiamo il dovere di dare una risposta agli italiani, abbiamo il dovere di governare”.

 

Al posto di andare acasa, vuole delle scuse

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Parole che segnano la fine di un’era. E che fanno intendere come le divisioni interne al Pd non riguardino solo la data del voto e del congresso. Ma come, invece, ormai da tempo, nel Pd esistano in realtà due partiti: quello di Renzi e dei suoi e quelli degli anti Renzi. “Quelli che – sono parole della Boschi riportate dal Corriere della Sera – hanno persino brindato la sera del 4 dicembre”. Come hanno fatto un Grillo, un Salvini, una Meloni. Ecco, nel Pd c’è gente che fa lo stesso. La Boschi ieri, riporta sempre il quotidiano di via Solferino, ha avuto un altro contatto col segretario uscente, per sostenerlo dopo le parole “sfuggite” a Delrio (“Questo qua neanche una telefonata ha fatto, in queste condizioni…”): “Scusa Matteo – avrebbe detto la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio – ma quali aperture dovremmo fare noi, e a chi? A quelli che si sono sempre messi di traverso? A quelli che hanno persino brindato la sera del 4 dicembre? A quelli che vogliono solo la tua testa? Adesso basta, dovrebbero essere loro a chiedere scusa”.

Provini per il film sulla vita di Fabrizio De André

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Molti vogliono fare le comparse o piccole parti nel prossimo film che verrà girato a Genova sulla vita di Fabrizio De Andrè

 

Villa Bombrin nel ponente genovese è stata presa d’assalto da centinaia di persone di ogni età che da ore attendono il proprio turno: dentro i provini per avere un ruolo nel cast del film che racconterà la vita di Fabrizio De André. All’annuncio della Bibi Film Tv e del regista Luca Facchini, c’è tempo fino a domani, hanno risposto almeno in 300. La produzione cerca comparse dai 20 ai 60 anni da inserire nei diversi ruoli: pescatori, caricatori di porto, ragazze e ragazzi dell’alta borghesia, contadini, musicisti, “belle di notte” e “abitanti dei caruggi”.

Da un precedente articolo di Laura Corsi per Rainews.it

“Qui voglio vivere, diventare vecchio”. Parlava così il cantautore genovese, Fabrizio De André, de L’Agnata, la tenuta in Sardegna che aveva acquistato nel 1976 e dove si era stabilito, due anni dopo, con la compagna Dori Ghezzi (diventata poi sua moglie), la loro figlia, Luisa Vittoria (detta Luvi), e Cristiano, il primogenito dell’artista, nato dal precedente matrimonio. Avviare quell’azienda agricola era stata per lui una scommessa, ma anche la realizzazione di un sogno: De André aveva infatti trascorso parte della sua infanzia – gli anni della guerra – alla Cascina dell’Orto di Revignano D’Asti per poi tornare a Genova al termine del conflitto. Ma la campagna era rimasta nel suo cuore tanto da ripromettersi di tornarci a vivere un giorno. E così fece. La vita agreste in Sardegna però non lo separò mai dalla sua chitarra, pronta ad allietare i momenti di festa e a trasformare la sua ispirazione in musica. Proprio dagli incontri e dalle esperienze fatte in quel luogo, infatti, sono nate alcune delle sue canzoni.

Il sequestro
Alla Sardegna è però legata anche una pagina buia della vita del cantautore. La sera del 27 agosto 1979, De André e Dori Ghezzi furono sequestrati dall’Anonima Sarda per poi essere liberati dopo quattro mesi, dietro pagamento di un riscatto. Quell’esperienza – raccontata nella canzone Hotel Supramonte – non cambiò tuttavia l’amore di De André per la Sardegna che tornò a vivere a L’Agnata.

L’omaggio a De André
E proprio a L’Agnata la musica di De André ha continuato a risuonare anche dopo la morte dell’artista (l’11 gennaio 1999) grazie all’omaggio di alcuni suoi colleghi che hanno dato vita – sul prato della tenuta – a concerti unplugged interpretando i brani più famosi del cantautore. Tra loro Ornella Vanoni, Morgan, Paolo Fresu, Danilo Rea, Lella Costa, fino a Cristiano De André e Dori Ghezzi. Ed è proprio con le loro esibizioni a L’Agnata, in un clima di festa ma anche di nostalgia, che si chiude la prima parte del film in arrivo al cinema.

L’ultimo concerto
Interamente dedicata alla musica è invece la seconda parte del film con “L’ultimo concerto di Fabrizio De André”. Si tratta di una selezione di brani estratti dal concerto tenuto dal cantautore al Teatro Brancaccio di Roma il 13 e il 14 febbraio 1998, 11 mesi prima della sua scomparsa e 23 anni dopo il “sofferto” debutto sul palco, nel 1975. “Sofferto” perché De André aveva declinato più volte l’invito per la paura di esibirsi in pubblico. Quell’esordio fu seguito dalla prima tournée dell’artista. Nella sua carriera ce ne furono altre 11, compresa l’ultima, quella dell’estate del 1998, interrotta anticipatamente, dopo la scoperta del tumore che lo avrebbe portato alla morte.

I successi sul grande schermo
L’esibizione al Teatro Brancaccio, che ora viene riproposta nelle sale cinematografiche in versione restaurata e rimasterizzata, vede sul palco anche i figli di De André: Cristiano e Luvi. L’artista interpreta successi quali Crêuza de mä, Dolcenera, Anime salve, Il testamento di Tito, Via del Campo, Il Pescatore. Successi che rivivono sul grande schermo per emozionare chi lo ha amato e lo ama ancora oggi, e chi vuole conoscere meglio quello che la scrittrice Fernanda Pivano ha definito “il più grande poeta che l’Italia ha avuto negli ultimi 50 anni”.

Smetto quando voglio (ammesso che ti facciano iniziare)

 

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Un film che centra pienamente la sequenza studi, laurea, capacità e società (in)capace di trovare o, molto più ordinariamente come dovrebbe essere, offrire lavoro a chi è abilitato in qualcosa. Magari, anche senza fare mille concorsi. Perchè, se un tizio è stato giudicato adatto a un indirizzo professionale, non dovrebbe ulteriormente sbattersi per convincere alcuno. A meno che, sia lui sia chi lo ha laureato, appartengano alla famosa razza dei cialtroni.

Pietro Zinni (Edoardo Leo) è un ricercatore di 36 anni a cui però l’Università decide di rinunciare licenziandolo a causa dei tagli.

 Pietro, però, sa ‘solo’ studiare e riadattarsi alla vita quotidiana sembra difficile per un nerd come lui.

Ecco che allora ha una intuizione lampo, cioè formare una banda di studiosi-criminali formata dallo stesso Zinni in persona insieme a Arturo Frantini (Paolo Calabresi), Mattia Argeri (Valerio Aprea), Bartolomeo Benelli (Libero De Rienzi), Alberto Petrelli (Stefano Fresi), Giorgio Sironi (Lorenzo Lavia), Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti) e altri.

Il motivo? Fare soldi con le droghe della ‘zona grigia’, quelle che per lo Stato non sono sostanze stupefacenti…

Così convoca i migliori tra i suoi ex colleghi, che vivono tutti ai margini della società nonostante le grandi competenze: c’è chi, infatti, fa il benzinaio, chi il giocatore di poker, chi il lavapiatti, ma in realtà sono tutti esperti chi di economia, chi di antropologia, insomma tutte persone ‘perfette’ per fare i malavitosi.

Il problema sarà gestire il ‘mercato’ e i soldi e il successo che ne deriverà…